Un amico. il dolore e l’età adulta

Cap. I “Il sogno”

Bip … bip … bip …

Un suono regolare come un metronomo mi svegliò, ero in una stanza di ospedale, questo era certo, ma come ci ero finito? Una luce leggera filtrava dai finestroni di vetro con vista sulla strada trafficata, doveva essere mattina. Controllai che tutto fosse a posto: le mani e le gambe si muovevano e vedevo discretamente, anche se non avevo ancora inforcato gli occhiali rotondi che da anni seguono ogni mio sguardo; iniziai a cercarli, dovevo averli danneggiati perché una lieve striscia di carta teneva insieme la stanghetta laterale e la, mmh, parte centrale? Non so come si chiami in gergo tecnico. Spostai lo sguardo di lato, c’era una sedia sdraio, una di quelle che usavamo per le vacanze al mare quando eravamo piccoli, sopra in una posizione scomodissima, mia mamma addormentata, doveva essere stata lì tutta la notte e chissà per quante notti. L’amore delle mamme è sempre così totale da far impallidire l’eroe più romantico e anche questa volta quell’affetto non aveva ceduto, lo sentivo sulla pelle. “Ma come sono finito qua?” mi toccai il petto e percepì uno strano vuoto, a sinistra nella zona del cuore che … “OH MIO DIO!”, era un urlo silenzioso e profondo quello che mi scosse, il mio cuore era sparito, portato via, al suo posto un buco che mi attraversava da parte a parte e nessuna macchina che mi tenesse in vita, nessun cuore artificiale o quant’altro, era solo un buco come quelli che da bambino amavo tanto della Groviera, un buco e basta, semplice e regolare. Ci misi la mano, non potevo crederci. Era un fottuto buco nel petto.

Mi alzai a sedere, con movimenti lenti e regolari ma ce la feci, dovevo assolutamente ricordare cosa fosse successo perché un cuore non si può perdere, ne sono sicuro. Mi sforzai, doveva esserci qualcosa nella mia stupida mente, una cosa così non la si dimentica dall’oggi al domani. Respira Federico, dentro e fuori, qualche cosa lo psicologo mi avrà ben insegnato anni fa quando mi agitavo per quelle stupide interrogazioni no? Il respiro si fece regolare ed ecco che un volto si fece strada, era quello di Vale. Vale è più di un amico, i greci chiamano questi legami “Therapon”, sono i fratelli d’armi legati da un giuramento di sangue e amore amicale profondo, qualcuno con cui basta uno sguardo per capirsi. Ecco Vale è il mio “therapon” e io non potrei esserne più felice. Ovviamente non fu un giuramento di sangue ad unirci, c’è qualcosa in noi che ci tiene vicini nonostante le enormi differenze e oramai abbiamo smesso di chiedere cosa sia questo collante, ci viviamo la vita e le esperienze insieme e questo basta. “Ma perché non mi guarda?” Pensai riprendendo in mano il ricordo che da poco mi era tornato in mente. Mia mamma si svegliò, era sorpresa come mai l’avevo vista, nemmeno dopo la nascita dei miei fratelli più piccoli. “Sei sveglio!” esclamò, “era anche ora” proseguì con il suo solito tono perentorio, “vado a chiamare il referente” continuò.

“Il referente? Cosa sarebbe?” Le domande continuavano incessanti nella mia testa, sembrava non le importasse che avessi un foro da parte a parte del mio corpo. Però la faccia di Vale continuava a comparirmi davanti, quell’espressione, lo sguardo sfuggente, non me ne capacitavo, ma eccolo fumoso e grigio un altro dettaglio: dovevo averlo abbracciato prima che se ne andasse ma poi tutto si fece buio, come se fossi svenuto sembrava quasi che …

“Signor Federico, ben svegliato!”, uno strano uomo sorridente mi si parò davanti, sembrava un venditore di auto, un sorriso a 32 denti e una targhetta su cui scritto “responsabile ingressi” campeggiava su un vestito da avvocato con tanto di cravatta che lo rendeva simile ad un becchino. “Benvenuto nella sua nuova versione del mondo” proseguì. “Nuova versione del mondo?”, la voce mi si incrinò, non la usavo da molto tempo, “Sì signor Federico, permetta che le spieghi”, tirò fuori un depliànt grigio e serio come il suo vestito, pareva che tutto fosse in tinta in quell’uomo, “le do il benvenuto nell’età adulta, avrà sicuramente notato che qualcosa in lei è cambiato. Non si preoccupi, è sano come un pesce, dovrà solo imparare a convivere con ciò che ha donato ad altri.” Divenni pallido come la neve e le mani mi iniziarono a tremare “sta scherzando?” chiesi con la solita voce stridula, “perché se questo fa parte di una qualche stupida terapia non mi sto affatto divertendo”. “Niente affatto signor Federico” riprese lui, “ogni giovane lascia qualcosa di sé per passare alla grigia e produttiva età adulta, cosa ha lasciato indietro lei?”. “Assurdo”, la mia mente produceva solo quella parola ad intervalli regolari, “Assurdo”, niente sembrava vero di ciò che lo strano tipo continuava a dire, misi insieme le idee e risposi “Il cuore … credo il cuore”. “Oh abbiamo un adulto assai produttivo allora” e mi sorrise in modo inquietante, come Bonolis ai suoi strani concorrenti, solo più sinistro. “qual è il suo ultimo ricordo signor Federico?”, “Abbracciavo il mio miglior amico e poi …” mi prese la mano destra con forza, come quando qualcuno vuole fermarti dall’attraversare le strisce senza guardare, “non aggiunga altro, bene, il suo cuore lo ha il suo amico, deve averla ferita in maniera definitiva tanto da renderla adulto, non ci pensi più ora. Ecco qua il programma della sua nuova vita, non abbia paura lo diamo a tutti i nuovi iscritti al servizio adulthood, ecco, come vede qua gli obiettivi minimi per la vita felice: casa, famiglia, lavoro e quant’altro. Legga con attenzione e mi faccia sapere se ha domande. A presto e si rimetta dallo shock, è solo temporaneo”.

Svenni, sembrava tutto surreale, età adulta e cuore in mano a Vale? Cazzate, solo cazzate. Mi risvegliai la notte, mia mamma non c’era più, al suo posto un bigliettino sul piccolo comò diceva “Benvenuto amore, non ti servo più ora, un bacio mamma”. Accanto al comò un vestito serio come quello dello strano uomo del giorno prima, o della settimana prima, chissà quanto avevo dormito. In fondo al letto una serie di istruzioni diceva “Grazie per aver sottoscritto il servizio adulthood, le ricordiamo che l’abbonamento ha una validità di 40 anni non revocabile. Speriamo gradisca il nostro omaggio, sarà estremamente professionale con quest’abito indosso. Cordiali saluti, Zoon factory”. Ripresi a tremare come una foglia, cosa mi aveva fatto Vale di così terribile da catapultarmi in quest’incubo? Guardai la data “30/03/2021”, ero quasi sicuro che Vale l’avessi visto a metà Gennaio, avevo dormito quasi tre mesi? Possibile?

Una vibrazione improvvisa mi fece voltare, “Il mio cellulare!” sospirai di sollievo, forse potevo chiedere aiuto o chiamare la polizia, qualcosa dovevo poter fare. Un video partì in automatico, sembrava essere impostato proprio per me, era Vale seduto su una panchina nel cortile di casa mia, ci stavamo abbracciando dopo una discussione, era il mio ultimo ricordo, ne fui certo, non si sentiva nulla ma sembrava distaccato, quasi contrario a quell’abbraccio in cui stavo mettendo tutto me stesso, avevamo litigato e stavamo facendo pace come i buoni amici di sempre ma: “SPARISCI DALLA MIA VITA!”, urlò.

Il dolore fu lo stesso della prima volta, sentì i muscoli cardiaci fremere, le arterie lacerarsi, il sangue non trovava più centrale in cui caricarsi di ossigeno e amore, un dolore profondo e totale mi pervase e ogni reticolo venoso del mio corpo si contrasse: rividi le sue mani sanguinanti, gli occhi pieni di disprezzo e odio, poi tutto sparì.

Mi svegliai di soprassalto nel mio letto, presi velocemente il telefono in mano, 15 Gennaio. Ci misi alcuni minuti a capire che il litigio con Vale era davvero avvenuto, mi aveva detto esattamente quelle parole e io avevo avuto le stesse identiche sensazioni. Lui, il therapon di mille battaglie, se ne era andato con il mio cuore fra le mani, metaforicamente parlando si intende. Aprì la sua chat e rilessi l’ultimo messaggio inviatogli prima che scappasse con la parte più profonda di me: “Anche se non vorrai, un abbraccio, buona vita”.

Avevo amato fino in fondo, ero stato fedele al giuramento di sangue e amore, aveva il mio cuore. Mi rigirai più volte nel letto pronto a riprendere sonno al più presto mentre le mie dita ripassavano il tatuaggio fatto anni prima lettera per lettera “rahmim” sussurrai mentre Morfeo mi portava con sé, era una parola ebraica di cui mi ero appassionato proprio per merito suo, significa “l’amore è viscerale” ed è tale solo quando si spreca. Mentre l’ansia e il sonno risalivano il mio corpo mi venne in mente una frase, era di un libro regalatomi dai miei amici prima di partire per studiare lontano, diceva così: “c’è chi si illude di non essere a catena”, e forse anche Vale nel profondo del suo cuore lo sapeva, eravamo legati dal patto senza tempo dei therapon ed il mio cuore era esattamente dove avrebbe dovuto essere, a casa.

[Continua]

Samuele Migliore
25 anni, laureando in Teologia alla FTIS di Torino, specializzato in Comunicazione religiosa e media contemporanei all'ALMED dell'Università Cattolica di Milano e in Dialogo interreligioso all'Università della Svizzera Italiana. Attualmente studio Teologia dogmatica indirizzo antropologico-cristologico e trinitario alla Pontificia Università Lateranense ,"Low mood in Young People" all'University of Reading e Ecologia integrale alla Pontificia Università Gregoriana. Insospettabile ascoltatore di trap, lettore incallito ed insegnante precario di Irc, ho prestato servizio nelle favelas della periferia di Rio de Janeiro come educatore volontario per adolescenti provenienti dalla realtà del narcotraffico e sono dal 2017 responsabile di un oratorio di provincia. Mi occupo di società e mondo giovanile con uno sguardo sul passato ed uno aperto sul futuro, sfruttando il mio naturale strabismo.

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