Siamo giunti al termine di questa ottava edizione del festival della TV. Mentre mi preparo a seguire uno degli ultimi incontri di giornata, non posso fare a meno di avvertire un senso di malinconia che puntualmente arriva tutti gli anni senza fare sconti. E’ il quarto anno di fila per me qui a Dogliani, e comincio a rendermi conto di quanto importante sia questa manifestazione per tutti noi. Radio Capital trasmette live senza sosta, i bambini si divertono ai tavoli da ping pong e la coda di gente davanti ai tendoni sembra non finire più. In mezzo a tutto questo, è difficile non sentirsi parte di qualcosa. Perso nelle mie riflessioni, ascolto passivamente la presentazione di Mary Cacciola, Betty Senatore e Danny Stucchi, i duri e puri di Radio Capital, e di punto in bianco vengo riaccompagnato sulla Terra dall’entrata in scena del giudice più inquietante che abbia mai messo piede a X-Factor… Signore e signori, Manuel Agnelli!

BS: E’ un piacere essere qui con te Manuel, in fondo tutti noi siamo cresciuti con la tua musica e ultimamente sei entrato anche nelle nostre case, ma torniamo a noi. Io ti definisco un “intellettuale”. E’ una definizione in cui ti rispecchi?

Guarda io mi definisco tale proprio perchè gli intellettuali non esistono più. Esisteva una classe di uomini di pensiero che cercava semplicemente di trasferire le informazioni al prossimo. Oggi invece esiste un’élite che tiene la cultura per sè, ed è un grave errore degli ultimi anni. Spero che lo scambio culturale torni ad essere non solo un diritto, ma un dovere da parte di chi ne ha la possibilità.

MC: Allo stato attuale delle cose, gli intellettuali non saranno mica le persone che parlano “con giudizio”?

Ogni persona che prende una posizione, può argomentarla se sa di cosa sta parlando, e non parlo di preparazione scolastica. Questo di per sè ci rende già “intellettuali”. Il problema è che negli ultimi anni si è creata una casta che pensa di detenere il diritto di definire cosa è cultura e cosa non lo è. Questo alla gente non è piaciuto.

MC: Si parla spesso della musica come rappresentazione sociale. Credi che la musica di oggi rappresenti la società in cui viviamo?

Penso che rispecchi abbastanza fedelmente ciò che sta succedendo nella società. Da una parte troviamo il nuovo cantautorato che si definisce indie, anche se l’indie è morto da tempo. Detto questo, sono una scena fortemente rappresentativa dei giovani di oggi, e non parlo solo di gusti musicali. Anche nei contenuti c’è una leggerezza estrema e non c’è bisogno da parte loro di prendere una posizione sociale o politica. Posso capirlo, anch’io nutro profonda delusione a causa del decadimento progressivo di un certo tipo di etica e di valori. I ragazzi oggi hanno bisogno di svagarsi, ma bisogna stare attenti al passo successivo, vale a dire il menefreghismo. L’altra corrente molto forte è la trap, che a me interessa molto di più. Rappresenta il disagio vero al posto del sogno confortante.

MC: Il rap cominciò dal disagio, con la trap si sta andando oltre…

Certo. E’ la prima scena musicale che rappresenta una forte spaccatura generazionale da anni a questa parte. E noi non abbiamo nessun tipo di legame con loro. Non vogliono essere capiti e soprattutto non sono addomesticabili. Penso sia necessario affinchè si produca un cambiamento vero e proprio. Per me sono interessanti, seppur disgustosi, ma se pensiamo al punk, erano disgustosi anche loro.

BS: In riferimento ai giovani, hai detto che loro probabilmente non conoscono il passato e pensano esclusivamente al futuro. Anche gli artisti hanno il compito di informarli?

Perchè avvenga un cambiamento, è necessario rompere con il passato. Allo stesso, non conoscendo ciò che è venuto prima, rischi di commettere gli stessi errori, non nella musica purtroppo, ma anche nella società. Quello che possiamo fare noi artisti è trasmettere informazioni, come dicevo prima, senza pensare di dover essere depositari della verità.

DS: Momento juke box. (“Tomorrow Never Knows”, The Beatles in sottofondo). Questo pezzo è uscito l’anno in cui sei nato, e a proposito di questo, hai conosciuto queste canzoni da ragazzo, e forse appartenevano già alla generazione precedente.

Questo disco è uscito nel ’66 (“Revolver”, ndr), probabilmente c’era LSD negli acquedotti all’epoca! E’ sempre incredibile notare quanto questo pezzo fosse avanti per l’epoca, è moderno ancora oggi. E’ pazzesca la libertà creativa di quei tempi, in seguito non si è più ritrovata. C’era più mistero da parte della musica nei confronti degli ascoltatori, oggi con l’avvento di internet non esiste più, e trovo che sia stata una tragedia.

MC: Tu hai detto che i social network hanno fatto molti danni. L’altra sera ho visto in TV Young Signorino rispondere a monosillabi durante un’intervista. Mi ha colpito molto il fatto che tu a un certo abbia detto “tu sei la proposta punk in questo momento”. Ci può essere qualcosa di punk anche in noi?

Nelle prime interviste ai Sex Pistols o ai Clash si possono trovare molte correlazioni con i trapper di oggi. Fondamentalmente erano la stessa cosa, oltraggiosi e senza ragione. Noi oggi non dobbiamo aspettarci giustificazioni da questi ragazzi, ed è giusto così. Non dobbiamo capirli, perchè non vogliono essere capiti, ed è questo che mi piace. Negli ultimi anni c’è sempre stata una smodata ricerca di consenso, in tutti i campi, con l’azzeramento inevitabile della sperimentazione e del rischio. Per la prima volta ci troviamo davanti a una generazione che non cerca il consenso, ma crea il contraddittorio, crea un dissenso.

BS: In un certo senso questa è la vera libertà che anima persone come te, che hanno il compito di raccontare e informare.

Ma non tutti abbiamo questa funzione, altrimenti saremmo tutti uguali. Un diciottenne cosa potrà mai raccontare alle generazioni precedenti? Solo il suo disagio. E lo fanno in maniera molto sincera. Il non essere addomesticabili è l’unico vero aspetto che li lega al punk.

MC: Come mai allora una dimensione del genere non trova spazio in un contesto mainstream come X-Factor?

E’ impossibile. Come fai a portare un vero punk in televisione? Non puoi dirgli cosa fare, come muoversi, quali espressioni assumere… E’ contraddittorio. Forse in presenza di produttori dal grande coraggio potrebbe essere un esperimento interessante, ma è difficile che possa accadere.

(“Perfect Day”, Lou Reed in sottofondo)

DS: Te l’ho sentita cantare. Questa canzone è del ’72. Come sei arrivato a scoprire il piacere di ballate come questa?

Io da bambino ho intrapreso studi classici, per tanti anni ho studiato pianoforte. Il rock progressive è stato il primo genere “non classico” che ho suonato, penso ai Genesis o agli Yes. Questi gruppi avevano una dignità musicale e tecnica che per un musicista classico poteva essere accettabile. Poi crescendo ho conosciuto tante persone provenienti da contesti diversi, e per me è stata una fortuna. Ascoltavano punk e da lì ho scoperto i Joy Division e i Velvet Underground, il primo gruppo di Lou Reed. Ho scoperto che il progressive aveva un valore differente dalla musica che avevo ascoltato fino ad allora. Aveva una sincerità potentissima, e la capacità di raccontare di sè in maniera asciutta, senza filtri.

BS: Tu hai sempre detto di essere una persona molto timida, e probabilmente a quell’età è difficile riuscire a trovare la propria strada, anche influenzato da ciò che si ha intorno, la famiglia, la scuola…

Io l’ho notato a X-Factor, la maggior parte dei ragazzi accedono al programma per “fare successo”. E quando cerco di spiegare loro che questo tipo di posizione è perdente, non mi capiscono. Prendo a esempio mia figlia, a 13 anni si scrive già canzoni e poesie sue che la fanno sentire meglio nei momenti tristi. Lei ha scoperto la vera essenza del fare musica, e cioè di raccontarsi, di sfogarsi, di trovare l’energia che ognuno di noi ha dentro. Oggi la musica ci viene raccontata come un mezzo per essere qualcuno. Secondo me è svilente e pericoloso. Se riempi gli stadi e vendi milioni di dischi hai un senso, se non non ce l’hai. Secondo queste regole, la maggior parte degli artisti che hanno stravolto la società non hanno senso. La musica vale molto di più di una tonnellata di dischi venduti.

BS: Prima hai nominato tua figlia, com’è stato per te diventare padre?

Io con lei ho cominciato dalla musica. Non ho una grande ansia. Io so chi sono, so quali sono i miei valori e so per quali motivi li ho acquisiti. Sono tenuto a trasmettere questo a mia figlia, ma non pretenderò mai che lei intraprenda la mia strada. Allo stesso tempo è importante prendere una posizione netta ai suoi occhi. Non c’è solo il grigio, a volte devi decidere se una cosa è bianca o nera, se una cosa è giusta o sbagliata. E’ importante dare loro punti di riferimento, anche quando appare un po’ forzato, e questo gli serve.

(“Video Games”, Lana Del Rey in sottofondo)

DS: Questa era Lana Del Rey, cosa significa per te questa canzone?

Lei è una cantante che ho scoperto grazie a mia figlia, ed è bello questo scambio tra genitori e figli. Io le ho fatto scoprire i Genesis, Velvet Underground… Lei è strana, ascolta Ariana Grande e subito dopo i Joy Division, ma penso sia giusto così, senza barriere di alcun genere.

MC: Facciamo un passo indietro. Tu hai detto tre o quattro volte la parola “Sincerità”, e subito ho pensato ad Arisa. Tu sei uno che a differenza di molti tuoi colleghi, sei molto preciso e tagliente nella scelta delle parole all’interno delle canzoni, e questo lo fai anche quando parli. A X-Factor sei subito partito con il botto facendo piazza pulita. Questa è un po’ la tua caratteristica, sei senza filtri.

Ci vuole molta presunzione per essere come me, ci vuole un sacco di ego. Sono gli altri ad avere un problema con il mio essere egocentrico, non il contrario.

MC: Ottima risposta. Di te mi ha sempre colpito il modo in cui riesci a raccontare il dolore nelle tue canzoni, si capisce che è reale.

Come dicevo prima, il saper comunicare è la nostra funzione più nobile. Esperienze tue che diventano anche degli altri. La sincerità è necessaria affinchè il sistema funzioni. Se tu racconti sinceramente, ti liberi e ti conforti, altrimenti non ha la stessa potenza. Anche in televisione, dove di solito sei forzato ad essere qualcun’altro, ho deciso che sarei rimasto me stesso, e devo dire che ho fatto bene.

BS: Fin qui direi che libertà e sincerità sono i fondamenti imprescindibili. Ma il Manuel Agnelli “spettatore” che cosa guarda alla televisione?

Non ho la televisione. Non guardo quasi nulla, se non quando me lo chiede mia figlia. Più che altro ascolto molta radio, ogni tanto vado su internet a cercare quello che mi interessa, per il resto non sono social, in alcun modo.

(“You Know You’re Right”, Nirvana in sottofondo)

DS: 25 anni fa scompare Kurt Cobain, cantante dei Nirvana. Ti ho sentito suonare questo pezzo in almeno un paio di occasioni. Nello spettacolo paragoni le scomparse di John Lennon e di Kurt Cobain, anche se sono avvenute in due momenti lontani e diversi.

Io sono da sempre un fan dei Beatles, ma quando John Lennon venne ucciso io avevo quattordici anni, ero un ragazzino, per me era un’entità distante, surreale. La morte di Kurt Cobain l’ho vissuta diversamente, avevamo la stessa età. Lui ha rappresentato un grande cambiamento nel mondo insieme ad altri eventi mondiali di quel periodo, penso alla caduta del muro di Berlino, la disgregazione dell’Unione Sovietica, o Mani Pulite in Italia, il trionfo della verità… Certamente la musica non determina, ma riflette cosa sta succedendo. Erano primi in classifica in tutto il mondo con un suono che in radio era inaccettabile. In qualche modo era una bella sensazione perchè per due o tre anni ci abbiamo creduto davvero nel cambiamento epocale. E poi le cose naturalmente sono tornate forse ancora più indietro. La sua morte è arrivata a chiudere le porte al cambiamento.

MC: Nel ’92 le canzoni che andavano di più erano “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana e “One” degli U2, due canzoni che non avevano nulla in comune.

Ma anche “Achtung Baby” degli U2 era un disco molto sperimentale, con dei suoni pazzeschi. A suo modo è un disco che riflette la libertà di quel periodo, pur avendo avuto sei singoli e avendo venduto tantissimo. Rimane certamente un capolavoro.

MC: Ti ricordi il momento in cui hai deciso di voler fare il musicista?

Dopo il mio primo lavoro! Sono scappato e mi sono deciso.

MC: Sicuramente ora che hai fatto X Factor ti arriveranno il quadruplo di email con canzoni da ascoltare per avere un parere da parte tua. Gli dici mai di non farlo?

C’è chi mi porta i CD materialmente, ma io in tutta onestà dico sempre che non lo ascolterò mai. Non riesco a livello di tempo, dovrei far quello tutto il giorno, tutti i giorni. Riconosco il mio limite. E poi non sono un produttore, non ho una casa discografica, non potrei fare nulla di pratico. Tra l’altro, ti chiedono sempre come fare per diventare famosi. Io rispondo di fare 30 anni di gavetta, come il sottoscritto.

BS: C’è qualcosa di cui sei pentito o che avresti affrontato in maniera diversa?

Apparte litigare con Arisa? Oggi della televisione si giudica la forma.Il contenuto raramente interessa e raramente c’è. Il mondo dello spettacolo mi fa paura, perchè la televisione è più importante dei contenuti che esprime, ed è un dato di fatto, non è il mio parere personale. E’ un settore che ti disinnesca. Io ho lasciato X Factor perchè sentivo che stavo diventando innocuo, il mio personaggio stava diventando il pupazzo che deve dire la cosa cattiva, e quello che dice l’ha già detto 20 volte, quindi non ha più forza. A me avrebbe fatto molto male, anche se ho rinunciato a tanti soldi.

BS: Che progetti ci sono nel futuro di Manuel?

Vorrei provare ad avere un progetto musicale solista, perchè la band ormai è un organismo contraddittorio per dei cinquantenni. Diventa difficile relazionarsi.

MC: All’interno di una band, arriva mai un momento in cui si dimentica del perchè si è cominciato a suonare insieme?

Credo sia il pericolo più grande. Ad un certo punto tendi ad andare avanti solo per confermare i risultati raggiunti. Ti dimentichi del perchè stai suonando e perdi l’occasione di continuare a raccontarti in maniera autentica. Poi io non credo nelle pause, può darsi anche che non si torni più indietro.

(“Adesso E’ Facile” Mina feat. Afterhours in sottofondo)

DS: Questa è una bella storia che comincia a metà degli anni ’90, ce la racconti?

Mina mi ha telefonato personalmente dicendomi che voleva coverizzare un nostro pezzo. Mi sembrava assurdo e all’inizio non ci credevo. Dopo un quarto d’ora di telefonata lei si è incazzata, e in quel momento ho capito che forse dall’altra parte del telefono c’era davvero Mina. Così andai a Lugano da lei, ed è davvero una persona speciale anche nel privato. Lei mi chiese un’altra canzone, e fosse stato per me ne avrei scritte anche sette o otto, stiamo parlando di Mina! Ci misi dodici anni a scrivere la canzone, con l’ansia da prestazione. Quando gliela portai, mi disse che voleva farla insieme, ed è stato l’onore più grande della mia carriera.

MC: Parlando sempre di voci femminili, quali sono le cantanti che più ti hanno ispirato?

Ce ne sono un po’ in realtà, PJ Harvey, Patty Smith… Tutte cantanti che hanno una voce molto particolare, non necessariamente tecnica. Non ho niente contro le scuole, ma stanno facendo molti danni. Si dovrebbe coltivare la propria personalità oltre allo studio della tecnica, e questo non lo vedo più, specie ai talent. Ho sempre preferito qualcosa di particolare rispetto a qualcosa di ben fatto.

BS: Parlando prima dei tanti talenti di Manuel Agnelli, abbiamo scoperto che sei anche un ammaestratore di serpenti, è vero?

Sì è vero, i serpenti sono molto meno pericolosi delle scimmie e degli umani. Io avevo il terrore dei serpenti, poi in India, quando siamo arrivati, nel giro di due settimane sono diventato Tarzan! Ma non provateci a casa.

Giorgio Rolfi

Giorgio Rolfi
25 anni, di cui 20 trascorsi nella musica.  Cinema, videogames e dipendenza da festa completano un carattere non facile, ma unico nel suo genere... Ah, dimenticavo, l'umiltà non è il mio forte. 

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