Matteo Bruno, alias Luna, ci ha aperto le porte di casa per una lunga intervista a 360°, senza censure. Noi ovviamente l’abbiamo sfruttata a dovere.

Mentre scendo dalla macchina, pronto per l’intervista, avverto subito quel senso di imperturbabile quiete che circonda la casa in campagna. O almeno questa è l’impressione dall’esterno. La tempesta è racchiusa al piano di sotto, nello studio di produzione dove Matteo lavora quotidianamente al suo progetto discografico “Luna”, sotto l’etichetta olandese Tribal Trap, e diciamolo, i numeri non sono affatto male. Ha chiuso il 2018 con 5,5 milioni di views, fresco di un nuovo singolo (https://youtu.be/sSQCfUIwkoo) e collaborazioni importanti (Bright Lights vi dice qualcosa?).

Ci sediamo in cucina e subito mi offre un caffè con la stessa gentilezza disarmante che ho già avuto modo di conoscere sei mesi fa. Dopo un’ora buona di chiacchiere accompagnate dalla classica sigaretta di rito, siamo pronti a partire.

Comincio da una domanda tanto banale quanto fondamentale: come nasce il progetto “Luna”?

Guarda, il progetto nasce nel 2016, dopo esser stato due anni a Firenze suonando con due band di cui ho un bellissimo ricordo. Ho capito in seguito che vivere di musica metalcore in Italia è pressoché impossibile. Non volevo trasferirmi all’estero, né tantomeno lasciare i miei affetti. Senza dubbio è musica che mi ha aiutato a crescere molto, penso soprattutto agli Architects, una delle mie band preferite. In ogni caso mi è sempre piaciuto produrre, arrangiare e scrivere. Terminata la mia parentesi fiorentina, ho lavorato per un anno nell’azienda di un mio amico che tutt’ora lavora con me, ed eravamo costantemente a contatto con cavi elettrici. Da lì ho capito che volevo diventare producer e songwriter, così ne ho parlato con i miei genitori.

E’ stato quello il momento in cui hai attraversato il “ponte musicale”?

Sicuramente è stato il periodo più incerto a livello personale, non sapevo davvero cosa fare della mia vita. Arrivi a vent’anni che sei anche stufo di chiedere soldi ai tuoi, era arrivato il momento di essere indipendente. Così mi sono licenziato dall’azienda, essendo una famiglia numerosa ho cercato di ridurre le spese al minimo. Con i soldi avanzati dal lavoro precedente mi sono fatto un mini studio in mansarda e piano piano mi sono messo a studiare produzione elettronica, cercando di imparare velocemente.

Ti sei subito buttato sulla teoria…

Sì, all’epoca non avevo neanche un computer, l’ho chiesto in prestito alla mia fidanzata di allora, ci ho scaricato sopra Ableton e ho imparato a usarlo da autodidatta, senza nessun tipo di corsi. Ho parlato con professori del conservatorio e dell’APM, ma non ho trovato da parte loro alcun interesse.

Questa è una storia ricorrente.

Il problema di queste scuole è che sono improntate agli anni ’80-’90, concentrano il lavoro su banchi di mixer costosissimi che trovi solo agli Abbey Road, ti fanno fare un sacco di cose fighissime sulla carta, ma che poi nel mondo del lavoro hanno la stessa valenza del latino che studiavo al Liceo. Sarebbe impossibile lavorare così. Probabilmente alcuni professori sono “vecchi dentro”, e lo dico non per forza con accezione negativa. Sono cresciuti in un’epoca dove fare musica non era per tutti, a differenza di oggi. Adesso con un computer chiunque può mettersi a comporre, anche se questo, oggettivamente, ha fatto calare di gran lunga la qualità generale.

Forse all’epoca, la mancanza di tutte le opportunità che abbiamo oggi spingeva chi davvero aveva talento e qualcosa da dire a investire completamente le proprie risorse nella musica…

Esattamente. È proprio per questo che oggi il mercato musicale è ormai saturo. Una volta avere una label alle spalle era un lusso, c’erano i cosiddetti “contratti di esclusiva”, che oggi sono diventati merce rara. Per fare un esempio, ti scritturavano un determinato numero di tracce con esclusiva per quell’etichetta specifica, ti riempivano di soldi, dopodichè ti dicevano esattamente come sarebbero dovute uscire le tue cinque canzoni successive. Adesso con migliaia di producer eccellenti nel mondo, nessuna etichetta ha più bisogno di rischiare in quel modo.

Triste, ma valli a biasimare… Comunque, torniamo a noi.

Avendo la fortuna di avere un padre musicista, una volta costruita la sala prove di cui si parlava da vent’anni, ho avuto l’opportunità di crearmi uno spazio per il mio studio, decisamente meno dispersivo rispetto a quello in mansarda. Dopo questo grande passo, io e Gabriele Giudici siamo entrati in contatto con Luca Pretolesi (uno dei sound engineer più stimati al mondo, ndr) e Alberto Schettino (Apple Music di Berlino), abbiamo seguito delle masterclass ad Amterdam, e così facendo ho potuto approfondire le mie conoscenze. Sono stato un anno in casa a produrre per conto mio con il nome “Luna”, dopodiché tramite un’etichetta di Londra gestita da un mio amico di Alba, ho rilasciato il mio primo singolo con un totale di 5.000 visualizzazioni. Parallelamente a questo, sono entrato in contatto con Gabriele Giudici, e insieme abbiamo messo su il Groove Eater Studio a Niella Tanaro (CN). Ci siamo detti: proviamoci! Non avevamo nulla da perdere. Abbiamo cercato fin da subito di crearci la clientela tramite le releases: il progetto Luna è parallelo al Groove Eater Studio, senza i miei brani personali pubblicati sulle varie piattaforme, non avrei molta credibilità nel lavorare su quelli altrui.

Il cosiddetto curriculum .

Nel tempo, tutto quello che ho ricavato con il progetto Luna, l’ho investito nel Groove Eater Studio. Io sono un libero professionista, decido io i miei ritmi di lavoro e i miei orari, quando mi alzo la mattina e quando vado a letto la sera. Non mi si vede mai a Mondovì a fare un giro o a fare serata in discoteca, sono costantemente in cantina a lavorare nel mio studio. È un sacrificio che mi va di fare adesso, perché a trent’anni non potrò più farlo.

Nel tuo lavoro, specie a livello di composizione e songwriting, quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Partiamo dal presupposto che ascoltare un brano dal punto di vista di Luna è diverso dall’ascoltarlo da quello di Matteo. Esiste un ascolto di piacere e un ascolto tecnico. È molto difficile rispondere a questa domanda, a livello lavorativo è inutile dire che sono tenuto ad ascoltare di tutto, mentre sul piano prettamente personale mi piacciono molto gli artisti dei quali sono riuscito a capire il vero messaggio. Ti cito gli Architects, Travis Scott e i Major Lazer. Gli ultimi che ti ho citato sono un caso molto particolare, perché Diplo, DJ Jillionaire e Walshy Fire (i tre nomi che compongono il gruppo, ndr) non hanno assolutamente nulla in comune, per quel che ne sappiamo potrebbero anche starsi sulle palle a vicenda. Diplo ha creato un ibrido musicale stupefacente, e i numeri sono lì a testimoniarlo. Io penso di aver compreso il messaggio che hanno voluto mandare con l’album “Peace Is The Mission”. Voglio dire, per i featuring hanno chiamato artisti africani che nessuno si calcolerebbe mai, e già da quello si vede che hanno qualcosa da dire; nella musica elettronica, non è cosa da poco.

Parliamo di un concetto che nella musica di oggi è pressoché estinto, si pensa esclusivamente al guadagno…

Devo essere sincero, non me ne preoccupo più di tanto, non sono certo un paladino della giustizia musicale. Per me l’importante è il messaggio, a prescindere dall’artista che ascolto.

Parliamo della tua musica. Ascoltando le tue tracce su Spotify, si può notare un mosaico variegato per quanto riguarda sound e genere, pur mantenendo un fil rouge che le lega fra loro. Al momento della composizione, cosa cerchi in particolare nelle tue canzoni?

Nel processo compositivo, solitamente, parto da una melodia che ho in testa, e da lì costruisco tutto il background. Una delle cose più interessanti della musica elettronica è la possibilità di campionare qualsiasi cosa, non necessariamente la linea vocale o il riff principale devono essere composti da me; penso alla voce di Etta James in Levels di Avicii, o la melodia di Mask Off di Future, ma potrei citartene mille. Forse il fatto di suonare la chitarra anziché il piano o la batteria, mi rende più complicato trasporre il tutto in chiave elettronica, ma il più delle volte mi lascio trasportare dal flusso musicale. È un processo che diventa alquanto specifico nel momento in cui vado a scegliere la tipologia del suono che voglio avere in un determinato pezzo della traccia musicale, dal synth fino al rullante, ma parto sempre dal basso, è l’elemento chiave di ogni mia composizione.

Mi sembra di capire che sei un perfezionista…

Certo, io curo al 100% ogni mio brano dall’inizio alla fine, non lascio mai un lavoro a metà, so già che anche tornandoci in seguito non ne trarrei nulla di originale. Oltretutto, in chiave compositiva, come nel mixaggio e nel mastering, nessun’altro ha voce in capitolo oltre al sottoscritto. Se ce la farò, lo dovrò unicamente a me stesso, non voglio idee esterne a livello compositivo. Certo, ci sono tante persone che mi aiutano quotidianamente nel mio lavoro a cui posso solo dire grazie, io sto parlando prettamente del processo creativo, quello è una mia esclusiva. I cantanti con cui lavoro scrivono e cantano le loro linee vocali, ma per quanto riguarda la base del pezzo, sono l’unico a metterci mano. Il confronto nasce quando tu hai le tue idee e gli altri hanno le loro, questo mi aiuta molto a migliorarmi, avrò una trentina di pezzi sul Mac finiti e mai rilasciati perché non ho trovato una label. In questo modo però so dove andare a lavorare maggiormente.

Anche la creazione si può allenare?

Ma certo, il processo creativo si allena con l’esperienza, mettendosi davanti alla scrivania e componendo, come tutte le cose. Poi i gusti sono gusti, ed è un altro discorso, non posso pretendere che le mie tracce piacciano a tutti. Nessuno ha bisogno della mia musica, non ne si ha la necessità, quindi io devo partire dal presupposto di fare qualcosa che davvero mi convinca. Io non ho niente in più di altri artisti, è una questione di attitudine. Tutti i giorni sto davanti a un computer per dodici ore, è il mio lavoro. Si può nascere Messi, con un talento infinito senza dover allenarsi ossessivamente, come si può nascere Ronaldo, con meno talento, certo, ma forniti di una dedizione straordinaria. Ecco, io non sono nessuno dei due, ma ambisco sicuramente a diventare un Cristiano Ronaldo.

Rimaniamo sulla metafora calcistica. Chi sono, secondo te, i Messi e Ronaldo della musica elettronica?

Guarda, a Messi accosterei sicuramente Skrillex, vero e proprio trendsetter. Il fatto che anche mia madre lo conosca, la dice lunga sul suo conto. Lui è un gran lavoratore certo, non si tratta di semplice talento, ma è comunque in grado di cambiare la faccia della musica elettronica quando gli pare. Prendiamo a esempio il suo progetto “Jack Ü”, in collaborazione con Diplo: il concetto del reggaeton con i vocal chops sopra, come lo conosciamo oggi, è nato grazie a loro. Skrillex non ha bisogno di seguire le tendenze del momento, è lui a dettare le regole. Per quanto riguarda il Cristiano Ronaldo dell’elettronica, ce ne sono tanti, ma se dovessi citarne uno, ti direi Nghtmre (Tyler Marenyi, DJ e produttore americano, ndr). È partito come me intorno al 2015, adesso in America è una rockstar, l’headliner per eccellenza di tutti i festival più importanti. Se prima ti rispondeva su Facebook, oggi è incontattabile. È una di quelle persone senza tempo libero, uno stakanovista del lavoro. E rendiamoci conto che è partito da SoundCloud.

Che rapporto hai con i social?

Sinceramente? Una merda. Ho due ragazzi con cui lavoro, uno è addetto stampa e l’altro è praticamente il mio psichiatra, mi danno una mano con le promo. A partire dall’anno scorso mi hanno fatto notare quanto l’impatto social, al momento, sia davvero fondamentale per il mio lavoro. Tuttora per me è difficile vivere in quest’ottica, i social non sono mai stati nelle mie corde. Far vedere alle persone cosa faccio come “Luna”, per me, non è istintivo come per altri. Per farti un esempio, dalla nascita del progetto fino agli otto mesi successivi, nessuno sapeva quale fosse il mio nome d’arte. Era tutto molto misterioso. Ancora oggi nei miei book ci sono praticamente solo foto in cui sono bendato, anche su Spotify. A chi mi ascolta non deve interessare Matteo, la musica ha sempre la priorità. Sinceramente trovo che un social network come Facebook sia diventato un problema, è preso troppo sul serio e soprattutto rappresenta un pericolo per coloro che non sanno usarlo, penso ai nostri genitori. Per quanto riguarda Instagram, è un discorso a parte. In generale mi fa molto piacere interagire con chi mi scrive, ma non è il mio obiettivo principale. Mi piacerebbe che le persone andassero oltre a ciò che vedono e leggono sui social.

Nel 2019 credo sia un po’ come chiedere la luna…

Purtroppo hai ragione. Oggi è impossibile chiedere questo. Per me l’impatto dei contenuti sui social rappresenta il lancio di una moneta. Se tutti i followers avessero capacità critica senza sfociare nel trash, non avremmo neanche la necessità di parlarne. Sono cosciente del fatto che oggi il mio impatto social deve essere equivalente a quello musicale; allo stesso tempo, però, sono sicuro che se riuscirò a sfondare, sarà merito della mia musica, e non di una mia foto postata su Instagram.

Come ti tieni aggiornato sulle releases?

Beh, sicuramente adoro Spotify e le sue Discover Weekly. Avendo poi l’account Spotify per gli artisti, ho accesso a un portale differente rispetto a quello dell’utente normale. Grazie a questo tipo di account, ho delle agevolazioni. Ad esempio, posso vedere gli artisti più ascoltati dagli utenti che mi seguono, una specie di ascolto correlato in base ai followers, insomma. Per me è bellissimo. Altro esempio, posso vedere il numero di persone che in un determinato momento stanno ascoltando le mie tracce, ed è pazzesco come il numero non si riduca mai a zero. C’è sempre qualcuno che mi ascolta, tutti i giorni, 24 ore su 24, finora è uno dei traguardi di cui vado più fiero.

Facciamo un passo indietro. Lavorando direttamente da casa, sei costantemente immerso in un ambiente bucolico, se così si può dire. Quali sono i pro e i contro?

Per me è molto importante essere quotidianamente a contatto con i miei cari e i miei affetti in generale. Siamo una famiglia numerosa, sono sempre stato molto attaccato all’ambiente di casa, per certi versi si può dire che io sia un mammone (ride, ndr)! Per me il piacere di potermi godere i parenti è inarrivabile, non ho mai pensato di sacrificare tutto questo per andare a vivere in un buco di appartamento a Milano, solo per poter dire di abitarci. Non è il posto in cui vivi a determinare la qualità della tua musica…

Sicuramente ti aiuta anche dal punto di vista psicologico…

Senza dubbio. Alla fine è ciò che sei. Io non potrei mai fare finta di essere il topo di città, perché non rappresenta ciò che sono. Molti ambiscono ad essere mainstream dal punto di vista della provenienza, ma non credo che sia un punto a favore o meno. Io sono cresciuto da bambino semplice, con un pallone, l’oratorio e la campagna. Non potrei mai andare a Milano ad atteggiarmi da ragazzo della city. Tutto ciò che non è spontaneo, è difficile da portare avanti, questa è la prima regola.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi, invece…

Beh, abitando qui sono fuori da tutto. Quando parlo con produttori di Milano o di Firenze, diventa difficile spiegargli dove abito. Logicamente sono sempre io ad andare da loro, il contrario sarebbe poco fattibile… Ah, giusto, prende poco internet!

Spostiamoci sulla scena musicale italiana e internazionale. Negli ultimi anni si sono sprecati i commenti sulla decadenza dell’EDM (Electronic Dance Music, ndr) a livello di classifiche e non solo. Tu cosa ne pensi?

Il discorso è molto più semplice di quanto si pensi. La musica elettronica nel 2008–2009 era puramente elettronica. Cominciavano ad affacciarsi sul mercato i primi software degni di essere chiamati tali per quanto riguarda la produzione musicale. Dal 2010 in avanti, la musica elettronica ha cominciato a fungere da collante per tutti i generi. Si è perso il concetto originale di EDM, proprio perché è diventata qualsiasi cosa. Il pop che conosciamo oggi, magari era reggaeton nel 2003, oppure moombahton nel 2006. Adesso il nuovo pop sono l’R’n’B, la trap… L’EDM pura è morta, non la suonano più neanche ai festival, ora mettono Despacito. Ormai è diventata parte integrante di tutti i generi musicali o quasi. Non esiste più neanche una band che registri senza l’applicativo di elementi EDM, penso ai Negramaro che usano alcuni suoni che trovi nelle produzioni di Jack Ü. Fino a qualche anno fa avremmo parlato di fantascienza, ora è la normalità.

Insomma, l’EDM è diventata una sorta di parassita…

È un batterio che si è agganciato a tutto. Ha una poliedricità che nessun altro genere può vantare. Voglio dire, si applica persino alla musica classica, ne viene fuori l’ambient. Se la applichi al rap, viene fuori la trap, così come EDM più rock è uguale ad alternative rock, e così via… Credo che il motivo di questo sia il fatto che l’EDM pura non reggesse il confronto con gli altri generi. Band quali Coldplay o Bastille, fino a pochi anni fa non avrebbero mai fatto crossover musicali con un genere come l’EDM, eppure guarda cosa fanno adesso… Io stesso ho enormi influenze EDM.

Abbiamo detto in precedenza che sei uno stakanovista del lavoro. Come riesci a stare sempre sul pezzo mantenendo la soglia minima di lucidità?

Mentirei se ti dicessi che il mio lavoro non è una figata, perché lo è, ma al 50%. Devi rinunciare alla vita sociale, non ci sono cazzi. I miei genitori sono i primi a dirmi di uscire a fare due passi e a prendere un po’ d’aria, ma come ti ho detto in prima, non mi si vede mai in giro. Sappiamo tutti che il tempo è denaro, ma investirlo a livello aziendale per me è un problema. Michele Anesi e Andrea D’Auria, i ragazzi che lavorano con me, abitano rispettivamente a Trento e a Carrù, e fanno anche altri lavori. Io posso permettermi di stare in casa, dunque devo dedicare 10–12 ore al giorno al mio progetto. Nel momento in cui i miei numeri su Spotify sono aumentati, mi sono ritrovato a dover gestire una pressione sempre maggiore, e ho capito che per vivere lucido e sereno ho bisogno ogni tanto di staccare completamente. Il che vuol dire giocare a Magic o alla Playstation quelle 3–4 volte a settimana, o durante la sera. Devo fare finta di avere un altro lavoro, senza continuare a pensare costantemente alle aspettative sui brani in uscita. Per questo il confronto con Michele e Andrea mi aiuta tantissimo nella gestione del lavoro a livello pratico, ma soprattutto mentale. Il mio consiglio per chi vuole fare questo tipo di lavoro? Cercate di essere costanti, ma ricordatevi sempre di prendervi cura di voi stessi.

Si è fatta una certa, ed è ora di cena per entrambi. L’ultima domanda riguarda il singolo “Gringa”, entrata recentemente nella top 10 della Billboard’s Dance Music Chart, a cui tu e Gabriele Giudici, fra gli altri, avete lavorato a stretto contatto con l’artista americana Bright Lights (Heather Dawn Bright). Puoi raccontarci com’è stato lavorare con lei?

Il suo contatto ci è arrivato tramite Luca Pretolesi, attraverso vari feedback da parte sua riguardo le nostre tracce. Il caso ha voluto che quel mese, sul sito di Pretolesi, ci fosse Bright Lights a partecipare come artista aggiuntiva. Una volta ascoltato il brano, è stata lei a dire a Luca di essere interessata. Le è piaciuto il nostro metodo di produzione, mix e mastering, così ha chiesto a me e Gabriele di lavorare su alcuni dei suoi brani. Così facendo è nata “Gringa”, su cui lei aveva già lavorato alla scrittura con altri produttori. Io mi sono occupato dell’additional production, mentre Gabriele ha curato il mix e mastering del brano. Stiamo parlando di fine 2017. Nel gennaio del 2018 Heather è venuta qui a Mondovì, abbiamo lavorato per tre giorni su Gringa e altri brani. Una volta rientrata in America, ci ha lasciato i cosiddetti “compiti a casa”, ovvero alcuni mix e master su cui lavorare. Per noi è stata la prima vera collaborazione importante da quando abbiamo lo studio, e ad oggi è ancora nostra cliente. Il brano Gringa ha impiegato parecchio tempo ad essere pubblicato (5 ottobre 2018), ma tuttora sta andando molto bene, siamo decisamente soddisfatti. Nel presente stiamo continuando a lavorare insieme su altre tracce, infatti qualche settimana fa è tornata qui a Mondovì. Io e Gabriele ci suddividiamo sempre il lavoro allo stesso modo, poi ovviamente il materiale che ci invia lei è molto variabile. Per noi lavorare con un’artista del genere è sicuramente motivante, ci aiuta a crescere in ambito artistico, sembra quasi surreale il fatto di poter collaborare insieme.

Grazie davvero, è stato un piacere!

Grazie a te, il piacere è tutto mio!

Giorgio Rolfi

Giorgio Rolfi
25 anni, di cui 20 trascorsi nella musica.  Cinema, videogames e dipendenza da festa completano un carattere non facile, ma unico nel suo genere... Ah, dimenticavo, l'umiltà non è il mio forte. 

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