Questo articolo tratterà delle vicende storiche accadute durante i primi decenni del secolo XIII nella Contea di Tolosa all’epoca della crociata contro gli albigesi. In seguito si presterà attenzione agli effetti collaterali di questa severa attività militare nella bassa Francia sulla prosperosa letteratura in lingua d’Oc. In seguito a questi fatti, però, vi sarebbe stata una rapida diffusione della letteratura provenzale di lingua d’Oc nelle regioni dell’Italia Settentrionale e nei domini all’epoca dei fatti soggetti al potere dall’Imperatore Federico II di Hohenstaufen.

In seguito al peregrinare dei letterati e dei poeti provenzali in Italia, vi sarebbe stata, innanzitutto, una preliminare influenza occitana sulla successiva poesia italiana settentrionale, venuta, poi, meno in seguito al radicarsi, in Italia, del gusto letterario siciliano e toscano. Nonostante questo cambio tematico abbia avuto notevoli influenze in tutto il Settentrione italiano, quel gusto misurato nell’intendere la poetica d’amore e gli stilemi dell’amor cortese, che erano tipici della corte provenzale, avrebbero prosperato durante l’epoca moderna divenendo parte integrale della cultura e della storia valligiana, fra gli altri, del cuneese. Non si tratta, è bene ricordarlo, di una microstoria localizzata in alcune vallate della nostra regione, bensì il più autentico e storicamente supportato sostrato culturale di attinenza delle genti vissute nella nostra provincia, denominata dal 1300 in poi Occitania o linguadoca italiana. Appare, quindi, un impegno morale ed un’esigenza storica portare all’attenzione dei lettori le vicende e le cause che, in epoca medievale, rischiarono di estirpare dal mondo occitano la sua cultura e la sua arte. Come si vedrà, però, nelle vallate cuneesi (Gesso, Stura, Maira, Grana e Varaita in maggior misura) e in quelle del torinese (in particolare la Valle Susa) la cultura occitana di origine provenzale è ancora oggi molto sentita, non come fosse una gemmatura esotica, una tendenza passeggera o come fosse il risultato di un qualche procedimento di archeologia etnica di tendenza esterofila, bensì come una struttura portante alla base della storia valligiana occidentale e come uno degli ultimi brandelli di appartenenza culturale essoterica a qualsiasi logica nazionale, vista la forte appartenenza del sostrato occitano fra le valli del cuneese e quelle, come la Ubaye e la Tinèe del Parco Nazionale del Mercantour, poste al di là del confine con la Francia.

Oltre a quanto detto, ricorre quest’anno l’anniversario dell’arrivo in Italia del trovatore provenzale Uc di Saint Circ (1220-1221), uno dei principali poeti di lingua d’Oc ad aver importato con successo in Italia settentrionale la lirica provenzale.

 Cenni storici sulla Contea di Tolosa e la crociata albigese

Quando, durante l’888 d.C., l’Impero Carolingio di Carlo III il Grosso decadde in seguito al Concilio di Tribur e il debole e frammentario Regno di Francia passò sotto il comando del conte di Parigi Oddone dei Robertingi, la già ricca regione di Tolosa e Provenza si rese autonoma. Al di sotto dei conti di Tolosa questa regione sarebbe diventata, in poco più di un secolo, la contea più ricca e prosperosa fra le terre francesi. A contribuire a questa situazione non vi era solamente la felice posizione marittima della contea e la produttiva agricoltura ma la vantaggiosa rete commerciale e le vie di comunicazioni con la parte occidentale del Piemonte, in virtù soprattutto di passi montani sicuri e battuti come quello della Maddalena fra la Valle d’Ubaye e la Valle Stura, a cavallo fra le Alpi Marittime e le Alpi Cozie.

Nel 1094 il comando della Contea di Tolosa finì saldamente delle mani di Raimondo IV di Saint Gilles, il conte che avrebbe trasformato la regione nell’entità politica francese più indipendente tanto nei riguardi del Re di Francia quanto nei rispetti dei domini inglesi in terra francese. Partito nel 1096 alla volta della Terrasanta, egli fu, insieme a Boemondo di Altavilla, il principale stratega della grande campagna che portò alla conquista di Antiochia e di Gerusalemme. In seguito a questi avvenimenti, la Contea di Tolosa poté vantare alcune delle terre più prosperose tanto della costa francese che del Mediterraneo orientale. È, infatti, necessario, alla luce dei fatti riportati, constatare come alla base del successo economico e cortese-culturale della Linguadoca del XII e del XIII secolo vi sia proprio la conquista di Tripoli da parte dei provenzali, divenuta, non solo una delle più importanti città suddite del Regno di Gerusalemme, ma una delle principali basi commerciali in Terrasanta. In virtù di quanto detto, a rigore, potrebbe essere ritenuto inconcepibile come proprio nella terra di uno dei principali condottieri della crociata dei baroni si sarebbe compiuta la più sferzante e livorosa crociata antiereticale del Basso Medioevo: la crociata contro i catari, o albigesi.

Alla fine del XII secolo le regioni di Tolosa, di Provenza e dell’Occitania piemontese si trovarono ad essere una zona di frontiera che, in virtù della morfologia montana delle Alpi e della forte indipendenza della Contea di Tolosa rispetto alle ingerenze papali, era il centro focale di propagazione di alcuni movimenti cattolici inneggianti al ritorno alle origini della Chiesa, alla povertà ed alla pura spiritualità evangelica. Mentre nelle Alpi italiane fu soprattutto l’eresia valdese a trovare una fertile posizione, nella bassa Francia presero piede, verso la fine del 1100 e l’inizio del secolo successivo, due movimenti in seguito perseguitati come eretici e scismatici. Si trattava del catarismo, definito anche eresia albigese in virtù della cittadina di Albi, particolarmente attiva in quanto a proselitismo cataro, e della pataria di origine milanese, confluita in Francia dopo essere stata perseguitata in Nord Italia fino al 1185. Mentre quest’ultima proponeva una visione della fede cristiana come un rifiuto risoluto della chiesa conventuale ed un ritorno alla povertà dei primi cristiani del periodo giudaico-cristiano, la più diffusa ed ordinata eresia catara proponeva una radicale distinzione fra la materia e lo spirito, tramite una teoria cristologica definita sulla base del dualismo di origine manichea. Si trattava, per la Romana Chiesa, di un’eresia potenzialmente pericolosa, non solamente in virtù degli ampi consensi che essa otteneva fra la popolazione ed i signori della Bassa Francia, i quali erano affascinati dal liberalismo culturale di origine classica e dalla semplice purezza teologica che caratterizzavano la dialettica catara, ma perché tale eresia agiva sul mai sopito solco della tradizione cristologica duofisita nestoriana, condannata da Cirillo, Vescovo di Alessandria, al I Concilio di Efeso nel 431. In altri termini, non poteva essere accettata dalla Chiesa del XIII secolo una teoria che ravvisasse in Cristo una cesura fra la materia, ovvero l’uomo, e lo spirito, ovvero Dio. Il Diofisismo calcedoniano, infatti, prevedeva l’unione inscindibile del verbo divino incarnato in uomo e quindi la duae naturae divina.

È, inoltre, necessario sottolineare come anche i temi dell’amor cortese tipizzati proprio dalla poetica in lingua d’Oc, fossero concepiti come non pii, poiché privi del fondante rapporto amoroso intra-matrimoniale. Il rapporto d’amore vassallatico tendenzialmente adulterino di cui si narra nei componimenti in lingua d’Oc della poesia provenzale era già prima dello scoppio della crociata oggetto di forti ostilità da parte degli ambienti ortodossi francesi. L’eliminazione di questo tipo di letteratura non pia era un obiettivo secondario, ma comunque rilevante, negli obiettivi di Innocenzo III all’alba della crociata albigese del 1209.

Nel 1209 Innocenzo III, con l’intenzione di sfruttare il livore crociato, rafforzato in seguito alle recenti grandi vittorie ottenute nella Terza Crociata, scomunicò il conte di Tolosa Raimondo VI. Vista come l’opportunità per i signori francesi occidentali e settentrionali di ottenere nuovi territori legittimati dal Papa in Provenza, in molti marciarono su Tolosa. Guidati dal condottiero Simon IV di Monfort, signore di Leicester, nel 1213 i crociati assediarono e presero Tolosa. Raimondo VI dovette accettare di arrendersi ai crociati rimanendo conte della regione ma, vista la presenza di insurrezioni anti-crociate nel 1215, egli fu, in seguito, deposto da Monfort. Quest’ultimo, poi, perse Tolosa nel 1217 a causa di Raimondo IV e nel tentativo di riconquistare la città nel 1218 perse la vita durante l’assedio. Senza il feroce condottiero anglo-francese, la crociata perse energia e rimasero solamente alcuni focolai fino al 1228, quando Luigi IX il Santo riprese la città. In seguito a questi fatti la Contea di Tolosa venne assorbita dal Regno di Francia.

La Contea, nonostante un processo di ricostituzione in corso dalla fine degli anni Venti del XIII secolo, subì severi contraccolpi tanto nelle sue città quanto nell’economia. La regione, privata delle sue corti e della libertà e protezione che aveva garantito fino al 1209 ai catari ed ai poeti della scuola provenzale, perse l’importanza politica ed il dinamismo culturale che la caratterizzavano.

 La rinascita della lingua d’Oc in Italia settentrionale

È necessario, a questo punto, sottolineare come la crociata contro gli albigesi, si contraddistinse per essere la rovina della letteratura in lingua d’Oc durante il secolo XIII, almeno in territorio francese.

Dopo il 1220, per i trovatori, nella Contea di Tolosa, non poté che esserci terreno bruciato, questo tipo di attività letteraria non fu più remunerativo e, impossibilitati a continuare la propria arte nella Francia settentrionale di lingua d’Oil, essi migrarono in nord Italia ed in Spagna. In queste regioni, i trovatori portarono la propria lingua ed i propri stilemi, i quali vennero assorbiti dagli ambienti locali in maniera estremamente rapida. La poesia trobadorica in Italia non si contraddistinse per notevoli variazioni tematiche o per sviluppi tecnici rispetto ai canoni originali della poesia trobadorica, ma si trattò di una prosecuzione di uno stile letterario ormai giunto a compimento e capace di trovare un nuovo terreno fertile ed un nuovo pubblico, prima all’oscuro di componimenti di tale livello. Durante la fine del XIII secolo, nel nord Italia, la poesia trobadorica era stata, ormai, del tutto assorbita dalla cultura e dalla sensibilità artistica dei valligiani ed anche la lingua d’Oc venne gradualmente soggetta ad un sinecismo con i dialetti gallo-romanzi occidentali dell’attuale provincia di Cuneo con il risultato che, durante il 1300, si potevano ritrovare nelle regioni del Piemonte, della Liguria e della Lombardia i medesimi componimenti originali provenzali, ma resi tramite i dialetti romanzi dell’Italia settentrionale. In questo senso, il caso che meglio rappresenta il successo in nord Italia dei trovatori è quello di Uc de Saint Circ, trovatore e chierico fuggito durante la crociata albigese dalla Provenza e giunto in Piemonte e nella Marca Trevisana verso il 1220-21, dove fu amato e protetto dai signori Da Romano, presso i quali sarebbe rimasto fino alla fine della sua vita.

Nelle nostre vallate a confine con il territorio nazionale francese, la cultura occitana continuò ad essere una presenza costante all’interno di quella cultura orale e di quelle storie etniche ripetute ininterrottamente per secoli, ma andò incontro, verso la metà del Novecento, ad un deperimento che quasi portò alla scomparsa la cultura e la coscienza storica dell’Occitania, messe a lato dall’esigenza di rinnovamento e di razionalizzazione linguistica e culturale dell’Italia repubblicana. Negli ultimi decenni, però, la poetica dei classici trobadorici è stata riscoperta, e allo stesso modo è avvenuto per la cultura storica e per quel senso di appartenenza extra-nazionale ritornato in auge fra le valli occitane fra Francia ed Italia, in particolare grazie agli sforzi di diversi comuni a cavallo fra i due Stati.

Le vicende dei massacri valdesi e dell’infelice crociata contro i catari di epoca basso medievale, oltre alle terribili conseguenze dell’utilizzo dell’inquisizione nelle vallate occitane, sono divenute memoria storica fondante per le comunità franco-italiane di confine, unite sotto l’antica bandiera dei signori di Tolosa, oggi nota come bandiera occitana. È, infatti, notizia del gennaio scorso, l’appello dell’Assemblada Occitana Valades che ha chiesto allo Stato italiano di rivolgersi alla vallate appartenenti all’Occitania con l’epiteto storico riconosciuto da tutte, ovvero Valli Occitane, e non tramite informali nomi, divenuti popolari, affibbiati in maniera impropria dalla Stato per fare da sfondo ad eventi sportivi -vedere il caso dell’epiteto di Valli olimpiche non desunti da alcun fatto storico o sociale di rilievo culturale.

Insomma, la questione della riscoperta Occitania, regione etnica priva di confini nazionali ma concepita come zona comune di appartenenza dalle nostre comunità montane, è degna di interesse al fine di riportare alla luce quelle comunità storiche e culturali che in passato hanno avuto grande valore perfino per la cultura letteraria italiana. L’Occitania, inoltre, è il bacino di un passato storico-etnico di altissimo interesse proprio perché le sue regioni geografiche non sono state il prodotto arbitrario di accordi di Stato o il frutto dell’imposizione di risibili e sterili confini politici, bensì sono il risultato forgiato da secoli di cultura condivisa fra alcune parti dell’Italia e della Francia ed il frutto della plasmaziòne della storia più autentica ed attuale, la storia della cultura e della prossimità etnica.

Nicolò Rovere

Nicolo Rovere
Nicolò Rovere. Dottore in Storia ed in Medieval Historical Sciences, specializzato in Storia del Mondo Islamico, Storia delle Crociate e Storia della Russia medievale presso l'università degli studi di Torino e presso la HSE University San Pietroburgo. Obiettivi nella scrittura: sinergia e approfondimenti fra storia e politica.

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