Fra i simboli che si ricorderanno in seguito all’assalto dei partigiani di Trump al Campidoglio a Washington vi è sicuramente l’immagine della bandiera degli Stati Confederati del XIX secolo. Si tratta della Dixie Flag, il vessillo delle forze confederate al comando del Generale Edward Lee all’epoca della guerra di secessione americana (1861-1865). In questo caso, la bandiera in questione è stata utilizzata dai violenti teppisti fagocitati dalla propaganda mediatica trumpiana nel seminare il caos nell’edificio del potere dello Stato americano, il grande parlamento. Individui repubblicani, ma di chiara ideologia oltranzista e per nulla confacente al pensiero conservatore normalmente considerato come repubblicano, hanno messo a sacco il luogo del potere americano, il quale è da sempre considerato come intoccabile per la grande parte del popolo americano. In questo senso, invece, partigiani di una guerra mediatica combattuta nel segno dell’illazione più rumorosa, hanno sfondato le porte di quello che i padri fondatori avevano determinato essere il centro di controllo del più grande fra gli Stati democratici. Anche con l’insorgere della grande politica massificata durante gli anni Trenta del XIX secolo, mai nessun politico aveva osato mettere a repentaglio l’integrità, il valore assoluto o addirittura porre questo simbolo alla mercé di rivoltosi sanculotti e sbandati. Nell’avere prima fomentato una ribellione dei redneck suprematisti bianchi e delle frange più estremiste dei movimenti di matrice razzista d’ispirazione irredentista-klanica e nel non avere difeso sufficientemente l’istituzione parlamentare americana, in un secondo momento, dimorano le principali e maggiormente biasimevoli colpe di Donald Trump. Un ormai ex presidente che, dopo questo atto dispotico quanto volgare e selvaggio pare non avere più alcun strumento, e nessuno slogan battagliero da diffondere via social, per legittimare la sua permanenza alla Casa Bianca.

In questo breve articolo, però, vorrei cercare di condurre un’analisi in merito al senso della bandiera cosiddetta “sudista” fra le file di questi saccheggiatori che hanno animato la scena mediatica negli ultimi giorni. Dovremmo, in qualche modo, e rendendomi conto che per il popolo italiano potrebbe non essere così immediato comprendere la vicenda che si cela dietro a questo contestato simbolo, scindere fra quello che la bandiera dovrebbe rappresentare veramente, quello che rappresentò storicamente quanto venne disegnata da quello che gli viene arbitrariamente conferito dalle comunità razziste e dai nemici dell’ordine pubblico in preda a follie cospirazioniste, millenariste o radical-religiose.

In primo luogo, la bandiera confederata o Dixie Flag, dal nome Dixie o Dixie’s Land, in riferimento agli Stati sudisti o alle genti sudiste in passato dedite all’agricoltura nelle piantagioni del cotone, fu istituita non prima del 1863 come terza bandiera sudista di battaglia, in precedenza infatti ve ne furono altre due poi private di significato politico. Le tredici stelle fanno riferimento ai tredici Stati che aderirono alla confederazione, guidata dal presidente Jefferson Davis, fra la fine del 1860 ed il 1861. Senza entrare nel merito della questione dello schiavismo, assai complicata e longeva nei suoi prodromi storici, è sufficiente dire che, appellandosi alle cifre finali della dichiarazione di Indipendenza del 1776 inneggianti al diritto di libertà per ogni colonia americana, tredici Stati decisero di dare origine ad una secessione nei confronti dell’Unione, in particolare sulla base di un vasto progetto economico nordista che, attraverso l’abolizione della schiavitù, virava drasticamente da un mondo rurale ad una realtà economica industriale. La Dixie Flag, dopo l’armistizio di Lee ad Appomatox nel 1865, divenne il simbolo di una realtà perduta, di un popolo vinto ma al quale tutti gli onori erano stati preservati grazie alla rispettosa tregua sancita fra il generale Lee e l’omologo nordista Grant. Fu proprio l’omicidio di Lincoln nell’aprile del 1865 ad estinguere il progetto di pacifica riunificazione e ripristino della situazione politica federata ante-1861: dal 1865, infatti, con la presidenza Johnson si stabilì il presidio militare in tutto il Sud, il quale sarebbe perdurato, in genere, fino alla fine del secolo. La Bandiera Dixie divenne un simbolo di irredentismo, un modo per mantenere vivo l’orgoglio sudista ed il blasone di quegli anni di indipendenza da Washington, mentre per alcuni esso venne inteso come simbolo da mostrare in opposizione all’antirazzismo ed all’apertura politica per i diritti sociali e le minoranze etniche. È da notare come dopo un silenzio di più di novanta anni, la bandiera confederata ed in rari casi l’altra bandiera di guerra sudista, la Bonnie Blue, vennero rispolverate dai repubblicani durante gli anni Cinquanta del secolo scorso quando iniziarono a serpeggiare le polemiche fra i conservatori intenti a mantenere l’apartheid sociale ed i progressisti che avrebbero ottenuto grandi consensi politici e sociali durante la fine del decennio e gli anni Sessanta. La Dixie divenne la bandiera di un’America conservatrice. Negli stessi anni, poi, si assistette all’edificazione di molte statue e gruppi scultorei inneggianti alla guerra di secessione, a Lee ed a Jefferson Davis in molti stati americani all’epoca al di sotto di un esecutivo repubblicano.

È da notare, però, che la grande parte della popolazione rurale americana oltre a quella originaria degli Stati che furono confederati, ha progressivamente riconosciuto in questo vessillo un simbolo della autentica cultura e della libertà identitaria alla base della storia americana. Si tratta di una ribellione metaforica e si considera, all’interno del perimetro ancestrale di questa concezione, il mondo country e southern come realtà di una America diversa dal nord industrializzato, generate tramite una legittimazione storica vera ed autentica. Basti pensare al Delta Blues degli anni Trenta ed a personaggi leggendari quali Robert Johnson, chitarrista afroamericano divenuto padre fondatore della musica rock blues bianca e della cultura musicale sudista. Lo stesso Elvis Presley utilizzò diffusamente la bandiera Dixie mentre Johnny Cash cantò della guerra di secessione, del Generale Lee e della cultura Southern. Negli anni Settanta e Ottanta, poi, la bandiera Dixie conobbe la più memorabile fase di successo e diffusione in ambito musicale dal momento che divenne il marchio di fabbrica ed il simbolo irrinunciabile delle grandi band southern rock. Queste, che furono il fenomeno musicale americano di più grande fulgore all’epoca, e di assoluta valenza artistica e musicale ancora oggi se si considera la loro impronta culturale sulla musica americana attuale ed il successo che li contraddistingue fra gli esponenti di rock classico, furono in particolare Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, ma anche Outlaws, Molly Hatchet, 38 Special, Atlanta Rhythm Section e Blackfoot. Si tratta di musicisti sorti da un melting pot composto da musica bianca e nera in egual misura e grandi esponenti, già negli anni Settanta, dei diritti sociali e dell’uguaglianza su base etnica.

Ecco, al di là di questa digressione in tema musicale, a mio avviso è da riconoscere come la parte dominante della questione relativa alla bandiera Dixie, come riporta anche l’eccellente quanto recente album musicale Dixie Highway degli Outlaws, sia questa: la preservazione dell’onore, dell’orgoglio e della storia degli Stati e della cultura del Sud. Purtroppo, come spesso accade fra i simboli tanto massificati, la virulenza acefala e l’oltranzismo politico e la strumentalizzazione politica inesatta rappresentano una spiacevole deriva, la quale, però, non compromette il disegno culturale che anima la cultura Dixie ed i simboli che vi dimorano alle spalle. Insomma, paragonare la bandiera Dixie ad ideologie fasciste è perlomeno fuori luogo, semmai è un tendenzioso effetto collaterale di alcuni facinorosi atti a interpolare segni di un passato identitario, ma come siamo costretti ad osservare, in politica tutto sembra essere concesso.

Nicolo Rovere
Nicolò Rovere. Dottore in Storia ed in Medieval Historical Sciences, specializzato in Storia del Mondo Islamico, Storia delle Crociate e Storia della Russia medievale presso l'università degli studi di Torino e presso la HSE University San Pietroburgo. Obiettivi nella scrittura: sinergia e approfondimenti fra storia e politica.

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