E lì che la vidi per la prima volta. Seduta a terra. Fredda e distaccata. Reggeva nella mano destra una sigaretta e la fumava con estrema eleganza, con leggiadria e assenza. Il mio scrutare potrà sembrare inopportuno, lo riconosco, ma vi è mai capitato di osservare un persona così carica di mistero? Vi è mai capitato di fissare insistentemente una persona dalla quale vi aspettate un qualcosa, anche un semplice movimento, un cenno del capo, un sorriso.

Vi è mai capitato di ritrovarvi in una stanza piena di estranei e di trovarne uno particolarmente interessante, ma non per il suo vestiario o per la sua particolare bellezza o bruttura, ma perché sembrava fuori contesto, come se si trovasse li per errore, per scherzo. E allora il vostro sguardo, come attratto da una calamita invisibile vi si incolla, studia ogni movenza ogni dettaglio. Ebbene questa è quella situazione, quella imbarazzante ed adrenalinica circostanza. Ogni occhiata è come una pagina che viene sfogliata del libro di quella persona, ogni singola riga è rappresentata da ogni battito di ciglia. Quante pagine si possono leggere in una veduta?

In lei si scorgeva qualcosa. Forse del dolore, della rabbia che si era cicatrizzata in dolore. E quello era anche generato dalla sua cicca fumante. Tuttavia è un soffrire elegantemente, sobrio, signorile. Non vuole dare l’idea di essere sofferente, ma come la pensatrice, in attesa di un qualcosa, chissà… La sigaretta pareva infinita, e in questo tempo tra l’incredibilmente rapido e l’incommensurabilmente lungo noto tutto il resto di lei. Ne apprezzo i capelli scarlatti, corti, scarmigliati, incolti. Perché ciò, perché abbandonare a loro stessi dei capelli come quelli? Ma osservandoli meglio era possibile scrutarne le sfumature, dal rosso ad una punta di giallo, per passare poi al rosso carminio. Una capigliatura dozzinale, ma interessante, carica di significato. Ne apprezzo il trucco, tra l’esageratamente scuro e la perfezione. Era tutto un grande compromesso, tutto che camminava sul filo del rasoio. Era sicuramente una parte del rebus.

Mi vide. Mi notò e da li fu impossibile distogliere la vista dai suoi occhi. Lo sguardo era sentenzioso, era quello di un giudice e non quello di una ragazza, lontano da me e da tutto. In un istante mi sentii perforato, come un foglio di carta dalla punta metallica del compasso, ero immobilizzato, da un dolore fisso e lancinante. Che fosse l’effetto dello sguardo di quella stramba ragazza? Che fosse l’effetto di una maledizione? -Impossibile- pensai.

Mi sentii nudo come un verme, giudicato e soppesato, come gli antichi egizi che praticavano la Psicostasia. In parole povere la “pesatura del cuore”. Percepii la bilancia pendere per il cuore, sentii il cigolio dello strumento, era un urlo e non un semplice suono, era l’urlo di tutte le anime passate per quella funesta via. Sentii Ammit, “colei che ingoia il defunto” avvicinarsi a me. Chiusi gli occhi, non ebbi il coraggio di guardare.

Nelle mie orecchie sentii le grida dei dannati, le grida delle anime che Dante pose all’inferno, ma anziché ardere nelle fiamme infernali questi ardevano nella platica liquida, fusa. I demoni spingevano le loro teste in quella poltiglia ribollente e puzzolente, ma la cosa peggiore era il loro rantolio, che si riduceva a sibilo, e poi piano piano diveniva silenzio, per diventare di nuovo grazie alle mani rigeneratrici dei Satanassi. Questo veniva fatto affinché le loro anime immortali conoscessero il dolore e lo scompiglio che procurarono al mondo a causa della loro plastica, del loro petrolio e della loro ingordigia, avarizia di vile denaro, sporco del sangue di uomini e animali e di linfa delle piante.  La plastica veniva rimossa e il processo reiterato nell’arco del tempo infinito. Un nuovo girone era stato creato.

Ancora intorpidito da questa sorta di trance la vidi dirigersi ed innalzarsi sopra il guard rail che mi guardava e al tempo stesso mi faceva notare un’altra cosa. La presenza di due grosse ciminiere. Presenze ingombranti direte voi, ma ormai il mio occhio si era talmente abituato alla loro presenza che ormai farci caso era un evento assai raro. Un po’ come le crepe nel muro, prima le si ammirano in un alone di terrore e di sbalordimento, per poi passare alla noia e al rendere il muro omogeneo alla vista. Il suo sguardo si posò sulle grandi strutture elefantiache. Imponenti, indesiderate, inquinanti. Le fissava con l’ardore di una guerriera, e con la rabbia di un folle.

Ma in lei si faceva anche avanti la comprensione di una madre, la consapevolezza dell’errore del figlio. Una moderna “Don Chisciotte” che cercava di sconfiggere le raffinerie, nella speranza di poterci forse riuscire. Il vento e le raffinerie sono forti, resistenti. Eppure anche quando queste vengono indebolite, l’uomo anziché gioire piange. Piange la caduta degli Dei grigi. Ogni Dio tira con se l’altro. Il Dio di calcestruzzo tira via con se il Dio verde, il dio del Denaro. Che a sua volta crea un moto di disperazione e povertà. Allora si che l’uomo ammattisce, perde il senno in preda al panico e alla paura. Ma è la sua stoicità a darle forza, a galvanizzarla, rendendola resistente.

Tuttavia la disperazione prende il sopravvento. Cadeva dalla sua posizione sopra elevata e li rimane, con al fianco il suo accendino rosa shocking. Cadde al suolo, ma vi atterrò come se questo le fosse fatto spazio a terra. Come se il terreno fosse un materasso sul quale ci si butta, ebbene quel materasso attutisce la caduta ed evita che che ci si faccia troppo male. Qui non solo il materasso evitò alla ragazza una caduta considerevole, ma anche ne addolcì l’atterraggio.

Ed è solo allora che dalla mia muta fissità emerge la mia perplessità, chi è questa ragazza, chi è? E che cosa mi vuole dire, cosa mi vuole far intendere con questo suo comportamento silenziosamente canzonatorio. Si rialza e re-incontro il suo sguardo, ma questa volta meno giudice e più persona, questa volta meno violento e più debole, più sconfitto dal Mulino che ha cercato di sconfiggere, dal mulino che con la forza delle suoi vapori l’ha battuta. Si leggeva nel suo sguardo una silente richiesta di soccorso, di aiuto. Una nuova sigaretta, una nuova fitta. Ma il dolore che mi teneva fisso era insormontabile, era  molto più forte di me.

Nel suo sguardo fu evidente la delusione, l’amarezza. Avrei voluto aiutarla, avrei strappato il dolore alla radice ne avessi riconosciuto la fonte, ma era esteso, andava dalla testa al petto, sino alle mani e ai piedi. La pelle da rosea era diventata grigio verde e le unghie si erano ingiallite in un tempo impressionante. Sentivo la vita sfumare, come il fumo del fumaiolo.

Era il peso del suo giudizio della sua sentenza, della sua rabbia sulla mia fissità. Mi stavo disfacendo come la natura per mano dell’uomo, un pezzo alla volta con estrema lentezza, con una paurosa silente dolorosità. La vidi cadere su se stessa, avvolgersi nel suo stesso vestito, un tempo rigoglioso. La vidi disperare e ammattire. Decadere, smembrarsi, come me, eravamo legati, dal forte senso del dolore e da quello della amarezza di ciò che si è deciso di non fare. La vidi piangere ed infine cedere a causa della apparente fissità dell’uomo.

Le fotografie sono il frutto di uno shooting fotografico di Flavio Cannizzo.

Marwan Chaibi
Direttore. Classe 2002. Sono Maturando in Chimica Materiali e Biotecnologie, ma amo la lettura e la scrittura, autori preferiti King e Poe. Scrivo anche per ScuolaZoo (il diario del Maturando) e sono anche Hero e RIS (Rappresentante di Istituto). Sono volontario di Crocerossa e come avrete ben capito non sono uno che se ne sta con le mani in mano. Sono un po' un reporter di guerra, ma in tempo di pace, sempre pronto a sondare l'insondabile per farlo emergere con ironia e dinamicità.

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1 Comment

  1. La bellezza sta nelle piccole cose,e negli occhi attenti di chi le sa osservare ed apprezzare. Questo è ciò che questo brano mi ha comunicato. Grande la ricerca del dettaglio,si vede che c’è già una tecnica stilistica studiata dietro.

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