“Prima o poi uscirà nelle sale un film sui Queen capace di rendergli giustizia”. Ricordo di averlo pensato spesso negli anni addietro. In questo caso, il tentativo è riuscito a metà.

Non mi ero creato chissà quali aspettative in testa prima di varcare le porte della sala, conscio di tutti i problemi che hanno assillato la produzione negli ultimi otto anni. Ma facciamo un passo indietro.

Nel lontano 2010, Brian May annuncia un progetto cinematografico sulla band. Alla regia e come attore protagonista ci sarebbero dovuti essere rispettivamente Peter Morgan e Sacha Baron Cohen. E invece. Da lì al 2016 si sale su una giostra infinita di candidature, conferme, bocciature licenziamenti che va a comporre quella meravigliosa fiera hollywoodiana che tutti conosciamo (o pensiamo di conoscere). La conferma definitiva arriva nel 2016; la New Regency e la GK Films prendono in mano le redini della produzione , affidando il ruolo di Freddie Mercury a Rami Malek (“Mr. Robot”, ndr) e la regia a Bryan Singer. Ma il destino non dice bene al regista, licenziato in tronco l’anno successivo in favore di Dexter Fletcher (già presente nel progetto a fine 2013), richiamato per terminare le riprese e seguire la post-produzione. Tutto è bene quel che (si pensa) finisce bene, se non per un piccolo dettaglio: nel giugno 2018 viene annunciato che l’unico accreditato alla regia del film sarebbe stato Bryan Singer. E qui ci si potrebbe costruire sopra un’intera fabbrica di meme, ma non ci cureremo di dire altro. Capite bene che con un background del genere non potevo non storcere il naso una volta vista la locandina affissa.

Partiamo subito da un semplice presupposto: se non siete fan accaniti della prima ora e non conoscete granché della storia dei Queen a livello discografico ma soprattutto personale, probabilmente il film vi sarà sembrato un mezzo capolavoro e potete tranquillamente terminare qui la lettura. Per tutti gli altri, mettetevi comodi, perché ci sono alcuni elementi da appuntare.

Per cominciare, il film si divide in due segmenti ben distinti, e qui forse si può notare la mancanza di un continuum registico. La prima parte è alimentata da un montaggio talmente serrato da far impallidire “Masterchef”, lasciando un senso di superficialità che alla lunga diventa irritante. La band londinese viene dipinta come un branco di improvvisati neanche troppo consapevoli di loro stessi a cui si aggiunge frettolosamente il frontman, manco fossero passati sotto una catena di montaggio. Da metà in poi, Bryan Singer (o Dexter Fletcher, chi lo sa?) prova a concentrarsi sul lato intimo dei protagonisti, cercando una profondità emotiva che purtroppo rimane a galla in 2D, fallendo miseramente nel tentativo di suscitare anche solo un briciolo di immedesimazione. Senza dubbio occorre menzionare l’eccellente qualità tecnica della pellicola (l’apice si raggiunge nel finale, con un Live Aid ricostruito magistralmente). Spicca in particolare l’interpretazione di Rami Malek insieme alle canzoni che hanno inciso la storia della band prima e della musica subito dopo. Sono loro le vere protagoniste, e sicuramente era lecito aspettarsi maggiore spessore dalla controparte cinematografica; in caso contrario sarebbe stato preferibile un musical senza troppe pretese sul piano critico. Ma tant’è. I dati non mentono: è il film musicale più visto di sempre nella storia del cinema, capace di superare un mostro sacro come “Mamma Mia!” del 2008, con Meryl Streep protagonista.

Mettendo insieme tutti i tasselli del puzzle, “Bohemian Rhapsody” è una pellicola godibile che privilegia l’esperienza sensoriale senza mai scavare a fondo dentro i personaggi e le loro storie, lasciando all’orizzonte dello spettatore la punta di un iceberg che poteva e doveva essere rappresentato per intero.

Giorgio Rolfi

Giorgio Rolfi
25 anni, di cui 20 trascorsi nella musica.  Cinema, videogames e dipendenza da festa completano un carattere non facile, ma unico nel suo genere... Ah, dimenticavo, l'umiltà non è il mio forte. 

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